Tempi felici

I miei tempi felici hanno il profumo delle fragoline di bosco. Una casetta poco più di una bicocca, ai miei occhi pareva una reggia. Eravamo in vacanza. Negli anni a venire ne avremmo fatte altre, ma non sarebbero mai state come quella: era la prima volta che andavamo in vacanza.

Da tempo mia madre ci parlava di quando saremmo partiti per la montagna, ma quel giorno sembrava non arrivare mai. Non sapevo cosa volesse dire andare in vacanza, immaginavo sarebbe stato come mangiare un gelato con la panna montata con tante granelle di nocciola sparse sopra, perché quando ce ne parlava, le sorridevano gli occhi. Anche per lei sarebbe stata la prima volta.

Saremmo partite con una zia – tre figli al seguito – i miei cinque fratelli e un cane. La mia mamma avrebbe avuto il suo bel da fare, ma come me era impaziente di partire.

«Dovrò stargli dietro a Canove come a casa, ma saremo comunque in vacanza» ripeteva a mio padre ogni qualvolta le diceva che lui avrebbe lavorato tutto il tempo, e che almeno lei si sarebbe potuta riposare.

Desideravo così tanto arrivare a destinazione che il viaggio mi sembrava non terminare mai. La casa era immersa nel verde di una vallata a Canove. Quanto spazio per i nostri giochi di bambini, fatti di corse, ruba-bandiera, prigioniero o libero. L’erba era più alta dei miei quattro anni. Se chiudo gli occhi mi sembra di sentirne il fruscio al soffiare della tramontana. Mi sento libera: niente auto, niente scuola, zero compiti. Nessun rumore se non le nostre voci a chiamarci l’un l’altro, e Volpina, il nostro cane, che abbaia a tutto quello che si muove.

Mi sento felice perché mia madre è felice. Non la vedo così da tempo, non la vedrò mai più così.

Quando ripenso a quei giorni, la ricordo appoggiata allo steccato che recinta la casa agitare un mestolo da brodo.

«Bambini, è l’ora della merenda». Facevamo a gara a chi arrivava a sedersi per primo al tavolo della cucina. Il vincitore avrebbe avuto un premio.

Sopra al tovagliolo, rigorosamente di stoffa, una pagnotta di pane, altre sparse sulla tavola. Un’enorme terrina di ceramica bianca con i bordi a fiore al centro della tavola. Le scodelle già riempite. La merenda era sempre la stessa ma nessuno se ne lamentava: macedonia di banane e fragoline di bosco. Le raccoglievamo ogni mattina. Le nostre bocche si riempivano per prime, poi entravano anche nei barattoli. I palmi delle nostre mani si sporcavano tutti di rosso.

Seduti a tavola nessuno parlava più. Gustavamo la cosa più buona che io avessi mai mangiato. Scodella alzata a toccare la fronte per riuscire a bere fino all’ultima goccia. E anche se solo uno di noi era arrivato per primo, mia madre premiava tutti con un altro mestolo di macedonia di banane e fragoline di bosco.

Oggi che sull’Altopiano di Asiago le fragoline non si trovano quasi più se non a comperarle, ripenso al gusto di quelle raccolte a Canove. Tra corse e grida di bambini, Volpina che abbaia, mia madre che sorride, felice.

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