Alla scoperta dell’Area 51

In questo libro al contrario – in cui prefazione e antefatto sono scritti da una paziente e un familiare – professionisti del mondo sanitario e non, rivelano e condividono le loro percezioni. Una sorta di diario a cui affidare le emozioni più intime, che passando di mano in mano, tracci il percorso verso una meta a cui tutti possiamo ambire.

Raccogliere, raccontare, far vivere le emozioni. Farne uno strumento di crescita e arricchimento personale. Una sorta di baratto, dove l’uno può imparare dall’altro.

Follow me down

Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sull’esperienza della malattia in famiglia. Ma non ho voglia.

È andato tutto bene, era una cosa piccola, sono passati cinque anni, e vorremmo non pensarci più.

Diceva Einstein che il ricordo della felicità non è più felicità, il ricordo del dolore è ancora dolore. Forse sarà un po’ per questo. È difficile andare a riguardare certi eventi passati. Mi sforzerò di farlo, ma sarà solo per qualche secondo. Sbircerò appena appena, in quella camera chiusa in fondo al corridoio dei ricordi.

[Intanto sappiate che non lo nominerò, perché, come fosse una creatura delle tenebre o uno spirito maligno, niente possa destarlo.]

Era estate, tornavo a casa per pranzo. Mia moglie era seduta fuori, con due buste in mano, e piangeva. Erano due, non una soltanto ed erano arrivate in ritardo rispetto ai tempi previsti, perché c’era voluto un approfondimento. Una definizione di innocenza è “l’ignoranza del male, l’incapacità di intenderlo”. Tempo dopo avrei pensato che dentro quelle buste c’era la perdita dell’innocenza.

Anticipazione del lutto, la chiamano. Uno crede di essere razionale, ma anche se ti dicono che al 90% andrà tutto bene, tu finisci per concentrarti sul 10%. E lo stomaco diventa di cemento, l’intestino si contorce, un sudore gelido e oleoso bagna la pelle.

Se le cose andassero male, ce la farei, da solo, con i bambini? Sarebbe più comodo trovare un’altra donna, potrebbe essere meglio anche per loro…

Alle quattro di notte la mente sballa e puoi pensare a qualsiasi cosa. Immagini fuori controllo, a volte squallide e spaventose.

Ci avevano appena parlato di follow up e in testa mi era partita You’ll follow me down degli Skunk Anansie. Mi piaceva la melodia di quella canzone. Skin che cantava ‘Cause I don’t want youuuu-u to forgive meeee-e-e-e‘ era dolcissima.

Avevo spesso l’idea di imparare a nuotare, ma non mi decidevo mai. Si rinvia sempre, come avessimo un tempo infinito. Era difficile alzarsi dal divano, sopportare il cloro nelle narici, asciugarsi i capelli negli spogliatoi. Mi sarebbero anche serviti degli occhialini graduati per miopi. Quell’inverno però non vidi più nessuna difficoltà e mi iscrissi a un corso in piscina. Ora, in acqua, me la cavo.

Questo vedo guardando un momento dentro quella stanza. Vedo caos. C’è l’interferone che fa venire i brividi e sballa l’emocromo, ci sono i capelli che restano in mano, ci sono le TAC e i linfonodi sentinella, c’è l’intenzione di festeggiare un esito favorevole (ma dopo non si festeggia mai abbastanza), c’è la paura insensata di fare cose nuove… Ci sono tante paure. Ma preferisco non guardare più di così. Scusatemi.

C’era una storiella di un condannato a morte a cui, come ultimo desiderio, veniva concesso di scegliere come voleva morire. E lui rispondeva: di vecchiaia.

Sarebbe bello, toglierebbe tanti pensieri. Dovremmo poter scegliere. Siamo deboli, e c’è troppo dolore.

Un Familiare


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