La valigia dei ricordi

Ho fatto un viaggio che nulla ha a che vedere con il partire. Nella sezione ricordi di Facebook, un post ha solleticato la mia curiosità. Giugno 2016.

Ho rivisto uno stralcio di passato, che era presente, anche se era passato. Mi spiego.

Scorrendo i post di quell’anno, l’argomento prevalente era il cancro, non il mio, il cancro in generale. Condividevo messaggi di esperti in materia, dell’Ospedale Bambino Gesù con supereroi che scalavano i finestroni dei reparti onco-pediatrici, le loro scorrerie nei corridoi dei reparti oncologici, e articoli con titoloni su cure miracolose, che sui social svanivano alla stessa velocità di come erano comparsi.

Solo che oramai il danno era bell’e fatto: percepivo un peso al centro del torace, una sorta di ammaccatura, non faceva male, ma premeva, sempre in quel punto. E di continuo.

Proseguendo il mio viaggio tra i ricordi, scorrevo pannelli astratti dei ragazzi dell’Istituto Fanoli di Cittadella, che grazie all’arte palesavano la loro vicinanza a chi stava affrontando la malattia, malattia che troppo spesso colpisce compagni, amici, familiari. I dipinti erano appesi ai muri del reparto Oncologico dell’Ospedale Pietro Cosma di Camposampiero, in sala d’attesa, nei corridoi, alle pareti delle stanze di chi in degenza momentanea eseguiva la R-Chop.

Per far trascorrere il tempo, ore infinite spese in quel luogo diventato la mia seconda casa, avevo dato vita a un gioco: postavo la foto di una tela e proponevo di darne un titolo.

Non so quanto gli amici social avessero capito, se sapessero dove mi trovavo; solo chi vi era transitato avrebbe saputo coglierne i dettagli.

Dipinti, monoporzioni di biscotti super energetici, pareti colore verde pastello, il pianoforte a coda bianco, pesci di carta appesi a soffitto che seguivano la corrente dell’aria condizionata.

Rileggendo i commenti, ho provato ancora lo smarrimento di quelle mattinate trascorse attaccata a una flebo, i beep beep, la nausea mista a sfinimento, la sensazione di schifo per i farmaci nelle vene, le eruzioni allergiche, ma anche tanta forza di volontà: io che procedevo, passo dopo passo, per raggiungere la mia meta. Una vita normale. Che poi, cosa sarà mai la normalità!?

Ho inoltre rivissuto la fase di “Allora mi prenderò un Cappello”, da quando, ho chiesto alle persone di aiutarmi nella scelta del titolo del mio primo libro. Come seconda opzione avevo proposto Farfalle nella tempesta. Fortuna è stata, che non ha vinto il titolo pensato da me, che le farfalle ce le avevo tutte nella testa.

Anche in quel periodo in cui le sensazioni si confondevano, i commenti sono stati la mia compagnia.

Poi ho riassaporato le immagini di Carta Carbone, festival letterario di Treviso, che mi ha scelto per la sezione “Autori emergenti”. Altra botta di emozioni, altra tappa, altri commenti sui social. Le presentazioni.

La prima, organizzata nel Comune di Gazzo, paese di mia residenza, fortemente voluta da Sindaco e Vice-Sindaco, condotta da Paola Pilotto, giornalista del Mattino di Padova. La paura del chi me l’ha fatto fare, le persone che inaspettatamente arrivavano, tante, tantissime persone. Così tante non avrei mai immaginato.

E le prime parole in pubblico, a braccio, con il terrore di sbagliare. Hai voglia a dire che lo facevo per sdoganare che noi non siamo la nostra malattia. Credo di avere affrontato quei tempi con l’incoscienza di chi non sa se e come ne sarebbe uscita. Ne serbo un ricordo indelebile.

In realtà non se ne esce mai davvero. Nella mente perdurano certi pensieri, un po’ come la puzza di fritto che impregna gli abiti. I capelli.

Certi pensieri continuano a rimbombare, a volte capita che si assopiscano, ma qualcosa, o qualcuno, te ne farà comunque memoria. Un colore, un effetto collaterale che non se ne va, un pensiero rivolto a una compagna che non ce l’ha fatta, una frase.

Per chi come me ha respirato la malattia, quell’odore acre permarrà.

Ad un certo punto, scorrendo i vari post, ho visto che cimentarmi a scrivere e malattia, andavano di pari passo.

Inviavo racconti a concorsi letterari, altri li scrivevo per me. Ho anche azzardato, cimentandomi in una sorta di articoli per un sito di aiuto alla persona, continuando a scrivere di emozioni. Non facevo che spiegarle a me stessa, sperando che qualcuno vi si riconoscesse.

In realtà non desideravo che scrivere.

Sono convinta che la scrittura sia stata la mia valigia di un percorso fatto di parole, che mi hanno portato in luoghi dove esistevano solo Cose che mi facevano stare bene, tanto da riuscire ad affrontare il mio nuovo mondo.

Poi, sempre spulciando, ho realizzato che il cancro non c’era quasi più. Non dico l’avessi dimenticato, non potrei mai dimenticare! Era solo diventato il mio nuovo modo di vivere, che per me è stato non perdermi nella malattia, non concederle altro tempo, andando al sodo delle cose.

Sembra facile. Basterebbe chiedere a chi vive con me, se lo è per davvero. Mai calzino è stato così rivoltato come la nostra vita.

Sono trascorsi sei anni da quanto tutto è iniziato. Ho dovuto fare un viaggio nei ricordi per realizzare che riempiendo la mente con tutto quello che ci potevo mettere dentro, piano piano quel buco immenso fatto di dolore, paura, persone dematerializzate, rabbia, incertezze, difficoltà quotidiane, cure, il continuo andirivieni da un ospedale all’altro, è diventato piccolo, sempre più piccolo.

Così piccolo da farmi percepire di essere una persona che ha saputo sopravvivere alla malattia.

E ancora, ho capito che posso concedermi di essere anche fragile, sensibile, umana. Lo dico a me. Vorrei arrivasse a chi, in questo momento, sta ancora percorrendo la mia stessa strada.

Sono certa che arriverà il tempo in cui non rimarranno che i ricordi.

4 pensieri riguardo “La valigia dei ricordi

  1. Sicuramente un giorno sarà tutto un ricordo, credo anche che rimarranno solo i ricordi belli mentre quelli dolorosi, un po’ alla volta, svaniranno.

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    1. In realtà restano in secondo piano. Ogni tanto qualcosa riemerge, per ritornarsene poi da dove è venuto. Credo siamo noi che li dobbiamo lasciare andare, si fa più fatica a trattenerli, non credi? Diventa forse meno difficile vivendo. Specie se si hanno figli bellissimi come i tuoi.

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  2. Dal tuo racconto Cristina sono convinta che ognuno di noi sia un bellissimo, grandissimo, arazzo. Ogni esperienza bella o brutta che sia costituisce il filo con cui giorno dopo giorno viene tessuta la nostra vita e alla fine ne emerge un disegno unico e irriproducibile. L’arazzo così è l’opera d’arte che caratterizza la nostra vita.

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    1. Grazie Sonia per le tue parole. Bello l’accostamento all’arazzo. Ai tempi della mia prima brutta esperienza di malattia, usavamo parlare di tasselli di puzzle che componevano il nostro essere.
      Quando quel puzzle, o quell’arazzo, si arriva a vederlo, si riesce anche a capire cosa ti piace, dove puoi mettere mano, e come.
      Per me la cosa importante è arrivare a comporlo, senza però terminarlo mai, così da poter rivedere il mio io, migliorandomi.
      Continuando così la mia crescita personale.
      Non amo gli aggettivi, ma alla Julia Roberts direi: infinitamente. 🙂

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