Se volete sapere di “Area 51”

Qualcosa in più, la trovate qui.

Un immenso grazie a Sindaci e Assessori alla Cultura dei Comuni dell’Alta Padovana,
  • Cittadella
  • Villa Del Conte
  • Carmignano di Brenta
  • San Giorgio in Bosco

che ospitando

Alla scoperta dell’Area 51 – La medicina che non c’era”

hanno creduto in un progetto nato da un atto di condivisione.

A un mercatino solidale, nei corridoi dell’Ospedale di Camposampiero, un sanitario mi parlava del suo sentire per gli Utenti, in gergo. Persone nella realtà, sopratutto di quel momento. A dicembre 2017, qualcosa di quelle poche frasi ha smosso pensieri non lontani, di quanto avevo provato per chi veste una divisa, con passione e umanità.

Marzo 2018

Semplici linee guida, “Raccontami un’emozione”, sono diventate un tam-tam, arrivando a una novantina di operatori: le ho inviate via mail, andando in ospedale, al tavolino di un bar, chiedendo di riferire ai colleghi. Oltre venti persone hanno aderito, con fiducia, condividendo i loro pensieri. Uno su tutti.

Cosa hai imparato dai pazienti?

Poi abbiamo corretto e rivisto e modificato e… sempre e solo via mail. Ne sono uscite Storie di Vita. Racconti di persone che aiutano altre persone.

Parole grosse come Eroi, le lasciamo a chi non ha mai vissuto l’aria condivisa di quei reparti d’Ospedale, che racchiudono i sentimenti di pazienti e professionisti. Persone che, qualsiasi tipo sia il loro camice o ruolo, vedono nell’altro un proprio simile. (Non tutti eh, qualche imboscato c’è sempre. Ovunque).

Mi piace pensare che la buona professionalità, non sia solo un lavoro.

A tutti gli Autori che si sono raccontati, a chi ha collaborato, a quanti hanno respirato questa “Area 51”,

Grazie.

Testimonianze, due su tutte.

Testimonianza di Virna C.

La notte del 19 aprile 1983 ho conosciuto la paura.
Mio padre era malato da mesi, precisamente ne erano passati sei dalla diagnosi del tumore ai polmoni che ce lo avrebbe portato via un anno dopo.

Quella notte ebbe una gravissima crisi che lo mandò in coma per due giorni e io non feci altro che assistere impotente e paralizzata dalla mia stanza, sotto alle coperte, le orecchie tese a capire ogni singola parola che dicevano gli infermieri mentre lo portavano via in ambulanza.

Non ho mai più avuto così tanta paura in vita mia.

Leggendo “Alla scoperta dell’Area 51 – La medicina che non c’era” ho ripensato spesso a quel periodo. Il libro raccoglie tante testimonianze di persone che lavorano nell’ambito sanitario: protagonista non è il paziente con il racconto della malattia, ma chi tutti i giorni ha a che fare con diagnosi infauste, sofferenza, abbandono, resa dei conti.

Sono entrata nei panni di medici e infermieri, ho letto racconti di dolore e di speranza immedesimandomi in queste persone che fanno un lavoro durissimo, spesso sottovalutato.

Si parla di empatia nei confronti del paziente, della vocazione ad aiutare le persone, di voglia di combattere la rassegnazione.

Un tipo di medicina che una volta non c’era e alla quale ancora oggi troppo spesso non si dà il giusto peso: l’attenzione per il malato.

Il libro si può chiedere alla fondazione Altre Parole Onlus di Cittadella, promotrice di una serie di iniziative volte alla umanizzazione delle cure oncologiche.

Andate a leggere cosa fanno e perché, regalatevi questo o un altro dei loro libri.

Io lo so che adesso la curatrice del libro scuoterà la testa sorridendo: quando me lo ha donato non era certo perché voleva che ne parlassi in un Virnedí.

Però io credo alle coincidenze, alle cose che ti succedono per un preciso motivo, alle concatenazioni fortunate di eventi e lei non poteva sapere della mia storia, che non sono mai riuscita a raccontare per intero.

In qualche modo questo libro mi ha regalato pace, e quindi grazie.


Testimonianza di Monica C.

Splendida idea questo libro. Ne ho già letto più di metà, e mi sono emozionata in diversi racconti, mi sono ritrovata in tante parole. Ho anch’io una storia, che sicuramente ha contribuito a rendermi quello che sono.

Era il 2002 ed io ero solo una studentessa di medicina al secondo anno, con tanti sogni e una vita quasi perfetta, quando mia madre si è ammalata di cancro. Mia mamma lavorava come OSS in una casa di riposo, era bella e solare, un ciclone. Alla diagnosi era già in metastasi, già data per morta.

Ricordo le parole di mio padre, devi diventare grande… prima del tempo.

Ricordo gli occhi di mia madre, come sono cambiati e come non sono più stati gli stessi dopo quella diagnosi. Quegli occhi li rivedo ancora nei pazienti che portano il peso di una diagnosi così importante.

È stato un anno massacrante, la malattia di mia mamma ha fatto il suo corso, inesorabile e lei si è piegata sotto quel peso, undici mesi più tardi. Ricordo ancora tutto, la rabbia, le dinamiche terribili di certi momenti, la fatica, la paura, la tristezza, certe cose non vanno mai via del tutto. E tornano quando meno te lo aspetti. Ricordo anche, come familiare, di non essermi sentita accolta e capita in ospedale, di aver percepito l’abbandono dell’oncologo perché il caso era disperato, di non aver trovato supporto psicologico, ricordo di essermi sentita tanto sola.

Ecco perché provo ad essere diversa, accogliente, cerco di farmi comprendere con parole semplici, cerco di dare supporto se posso. Essere stata dall’altra parte della barricata, come familiare, alla fine mi stimola a cercare di essere una persona migliore.

Vengo da un piccolo paesino pedemontano e di certe cose si veniva abituati a non parlare.

Il tumore non veniva chiamato per nome ma era “un brutto male”. I panni sporchi venivano sempre lavati in famiglia e si doveva sempre cercare di mostrare equilibrio e controllo, anche se in casa c’era sofferenza e molto altro. Credo sia uno dei motivi per cui mi son sentita così sola durante la sua malattia.

Delle malattie bisogna parlare, della vita e della morte, del male e del bene, della sofferenza di chi lotta con la malattia e di chi lotta con i malati.

È fonte di forza e di amore.

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