Annus Mirabilis

di Sonia Florindi – Logopedista

Me ne stavo rannicchiata sulla poltrona Ikea, nella clausura della mia camera matrimoniale, e mi tormentavo al pensiero di come avrei potuto utilizzare il mio tempo. Dall’oggi al domani mi ritrovavo a casa in “lavoro agile” senza una previsione di rientro in servizio. Uno sperpero di ferie, permessi, ore da recuperare agitava il mio animo. Cercavo di calmarmi con le pratiche della Mindfulness; nella prostrazione del momento mi tornavano alla mente due parole: “Annus Mirabilis”, titolo di un libro letto parecchi anni prima la cui atmosfera riemergeva dalla mia memoria e bussando alla coscienza mi obbligava a chiedermi come avrei potuto trasformare quella clausura forzata in una opportunità fruttuosa. 

Il romanzo di Geraldine Brooks, ambientato in un villaggio dell’Inghilterra del 1600, parla della popolazione affetta da peste che sceglie di isolarsi per salvaguardare il resto del mondo dall’inevitabile contagio. Nella storia la protagonista perde i suoi bambini ma non si lascia sopraffare dal dolore, e si attiva nella ricerca e utilizzo di erbe medicinali per curare gli abitanti del villaggio. Di quell’Annus Horribilis tra le sepolture, in un’atmosfera di orrore e paura, rimarrà la forza vitale dell’amore, dell’amicizia e del sacrificio che accomuna i personaggi e che attraverserà i secoli e le generazioni. “Annus Mirabilis”. 

Io non capivo neanche cosa stessi vivendo, testimone a volte stupita di comportamenti di autentica isteria, di poche e isolate persone che si tramutavano in guardiani della libertà altrui.

C’era una dicotomia tra ciò che in qualità di Sanitario avevo appreso del Coronavirus a livello scientifico, e i diktat del governo, tra quelle che erano le buone prassi da adottare per evitare il contagio, nei reparti e nelle strutture ospedaliere, e i divieti emanati nei decreti. Mi sembrava esagerato indossare mascherina e guanti per fare la mia solitaria passeggiata da criceto, a duecento metri da casa, costretta a indossare dispositivi di protezione, lo facevo, ma e non ero al capezzale di una persona affetta da Covid-19. Mi uscivano lacrime a sentire il Presidente del Consiglio chiudere la scuola e vietare gli spostamenti; più avanti avrei pianto per il procedere dei mezzi militari nell’oscurità della notte, con il loro carico di bare. Ora piango davanti agli abbracci incellofanati in una casa di riposo tra madre e figlia entrambe anziane.

Insomma io stavo bene, nessuno intorno a me si era ammalato, cosa avrei fatto di questa fortuna? Cominciai a chiamare le famiglie dei miei piccoli pazienti dal cellulare personale, chiedevo se avevano voglia di cominciare quella che si sarebbe rivelata l’esperienza più significativa della mia carriera. 

‒ Cosa dice signora se la videochiamo e proviamo a fare della logopedia con il suo bambino? ‒ Da ventisei anni sono una logopedista per l’età evolutiva in un servizio pubblico. Il mio lavoro consta di relazioni, incontri, scambi, condivisioni, parole, giochi, abbracci, ma anche di sconfitte, incomprensioni e fallimenti.

Fuori era primavera, le viole in terrazzo vestivano i gialli e i viola più luminosi, erano tornate le farfalle e le piante carnivore, dopo il riposo invernale, sembravano più affamate che mai. Solo allora ricominciavo a percepire gli odori, il mondo si era fermato, l’uomo aveva smesso di inquinare il pianeta. Mi sentivo frustrata, un sanitario, ma inutile. Ciondolavo per casa alla ricerca di qualcosa da fare, lavavo le tende, i vetri, il forno, ma cavoli, non avevo lottato tanto per diventare una logopedista e finire in un momento di emergenza Nazionale a spolverare i mobili.

Così decisi, improvvisando per postazione di lavoro la poltrona della mia stanza, armata di cellulare e di Giga cominciarono le video chiamate con i miei pazienti. Da subito capii che questi contatti erano attesi, tanto che si rivelarono il momento più bello e significativo della loro giornata. Mi accorgevo della solitudine che li aveva colpiti, niente scuola, niente lavoro, per qualcuno di loro si delineava la perdita dell’impiego, l’atmosfera era pesante. Spesso i genitori mi raccontavano che gli unici contatti con la scuola erano costituiti da materiale didattico inviato in forma telematica e niente più. Erano videochiamate da cui emergevo stordita e afona.

Diego, un bimbo di cinque anni, argento vivo nelle vene, con tanta voglia di giocare e saltare con me, mi faceva fare il girotondo, girava su se stesso tenendo in mano il telefonino. Gli dicevo ‒ Fermati o vomito! ‒ e scoppiavamo a ridere. 

Diego, un bimbo di cinque anni, argento vivo nelle vene, con tanta voglia di giocare e saltare con me, mi faceva fare il girotondo, girava su se stesso tenendo in mano il telefonino. Gli dicevo ‒ Fermati o vomito! ‒ e scoppiavamo a ridere. 

La sera ricevevo messaggi vocali da parte di Dante, anche lui cinque anni di una bellezza eterea.

 ‒ Grazie per la favola della buona notte. Fai bei sogni maestra Sonia.

Stefan timidissimo, affetto da balbuzie, era lui a darmi appuntamento. ‒ Telefonami domani, posso connettermi perché mamma è a casa e mi ha comprato il computer nuovo.

Matteo otto anni con tanta difficoltà a leggere e scrivere mi mandava e- mail con la ricetta della torta al caffelatte, le foto del suo orto e della casa sull’albero che mi aveva fatto intravvedere durante la videochiamata.

‒ Io dipingo sai Matteo? Questo è il mio angolo di lavoro con il cavalletto, i pennelli, i pigmenti.

‒ Anche io Sonia dipingo ma a olio, ti regalerò un mio quadro. E così è stato.

‒ Anche io Sonia dipingo ma a olio, ti regalerò un mio quadro. E così è stato.

Mattia dieci anni, tanta paura di diventare grande, ha composto per me una serenata. Non credevo ai miei occhi, non sapendo leggere, ce l’aveva messa tutta. Il mio cuore traboccava di gratitudine.

Riccardo, bellissimo, neanche cinque anni, il mio Mowgli per i suoi lunghi capelli, mi mostrava il libro dei dinosauri.

Eravamo divertiti e stupiti dai nomi improbabili dei mostri preistorici che ora sapeva pronunciare benissimo.

Un giorno mi chiede, ‒ Soniuccia te lo ricorderai per tutta la vita? ‒ Io inebetita e sbalordita al tempo stesso rispondo inizialmente di sì ma poi rifletto e dico, ‒ Non so se mi ricorderò del plesiosauro, ma sicuramente mi ricorderò per sempre di te.

Giorno dopo giorno sono entrata in punta di piedi nelle case, mi hanno accolta nel disordine vitale delle cucine, ma anche nella precarietà di una roulotte, sempre con gioia, consci che si schiudeva per loro una finestra sulla sanità mentale.

Ed io? Da quelle dieci settimane di clausura ne sono uscita ipertesa, con un sacco di chili da smaltire e un principio di artrosi che continua a tormentarmi. Eppure mai come prima ho la certezza di aver reso un “Annus Horribilis” in “Annus Mirabils”, attenuando le fatiche dei genitori, alleviando la solitudine dei bambini, lenendo la paura della morte.

‒ Andrò in paradiso? ‒ chiede Dilan sei anni. ‒ Sicuro! Ma perché parli della tua morte?

‒ Perché c’è il Coronavirus. ‒ E Bea sei anni ‒ Io disegno la piscina, il sole, tu disegna il virus.

‒ Ma il virus non si vede! ‒ Tu fallo e coloralo di viola.

Il virus non si sente, ma si vede, e i bimbi lo sanno. E come sanno riconoscere chi li ama e si prende cura di loro, hanno avuto premura per me, ci siamo accuditi gli uni gli altri con carezze del cuore.  Questo nonostante tutto rimarrà il mio “Annus Mirabilis”.


Sonia Florindi

Mi chiamo Sonia e amo leggere.

Vivo alle porte di Treviso con la mia famiglia.

Sono logopedista e dipingo icone. Mi piace il mare in tutte le stagioni

2 pensieri riguardo “Annus Mirabilis

  1. Sonia, semplicemente grazie!

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    1. Grazie a te, che ti sei presa il tempo di leggerlo e di aver colto i tanti sentimenti che si sono alternati nel mio animo.

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