Dica 33

Da un po’ non scrivo i miei punti 1, 2 e 3 della giornata. Ieri ce ne sarebbero stati 3 più 3. I più salienti, per me.

7.45. Servizio di volontariato in reparto. Un signore troppo esuberante esprime il meglio di sé, così, tanto per. E non desiste, qualsiasi sia il colore del camice con cui si relazioni. Gracchia, provoca, oltrepassa lo spazio naturale dovuto, interpersonale, la sua mascherina quasi tocca la tua, se cerchi il contatto umano lui ti schernisce e cita le molestie sessuali.

Chissà se ne ha mai odorato il significato, in fin dei conti lui è molesto, di continuo.

Un altro signore con toni pacati gli dice di smetterla di rompermi i paesi bassi ma il signore esuberante non coglie l’occasione per recuperare dignità, la sua. Due ore, solo due ore del suo gracchiare, a vanvera. Incessante.

Ok, penso, va tutto bene. Da tempo mi impongo di restare umana. Mi conforta anche un terzo signore che si avvicina e mi dice di aver capito che fare il volontario comporta una grande rottura sempre dei paesi bassi, di apprezzare il nostro impegno ma che da oggi in poi lo farà ancora di più. Stacco, sì sì, meglio che esca a respirare.

Vado a fare il tampone quindicinale come da disposizioni, per cercare di mantenere liberi da Covid i reparti ospedalieri. Giusto, seppure tri-vaccinata, una comunità che sia tale aderisce e collabora, per il bene di tutti. Potrei risultare falsa positiva come mesi fa, potrei essere costretta a un inutile quanto comprensibile isolamento come quel giorno che il Lumera ha pescato chissà ché, ma non importa. Ospedali liberi, cure più accessibili, per tutti, anche per me che… ma non importa.

La penso così, i no vax possono pure saltarlo questo scritto e leggere topolino, se gli aggrada.

Al termine del servizio decido di affrontare una cosa personale accantonata da un po’, poiché temo di conoscere la risposta. Chiamo il servizio Cup della mia ULSS – quella hackerata per intenderci – che se il Covid non ha già colpito di suo, ora con l’hackeraggio siamo proprio a cerotti e alcol, ad averne.

All’operatore arrivo grazie a un altro operatore, poiché se l’interno corretto non risponde, basta fare l’altro, che tanto di risposte, vedrai che manco ne avrai.

La mia ULSS, dov’è andata a finire la mia amata ULSS; con orgoglio l’ho sempre pensata diversa, che fosse davvero vicina al paziente. Sempre.

L’esame è di quelli che quando incrociavo altri pazienti, i loro occhi toccavano terra. Di mio? Boh! A ogni mezzo di contrasto, tubo aperto o chiuso, positroni, neutroni, massì, che facciano, non posso incupirmi, non resta che affrontarla così, a cuor leggero. Tanto, a pensarci troppo va a finire che ti si annebbia la mente. Ma adesso, dopo sette mesi di attesa, di impegnative in galleggiamento, mi decido, cerco una risposta.

La faccio breve và, che tanto la giornata aveva già preso una piega tutta sua. Poco importa se la richiesta è di maggio 2021 perché non essendoci posto è stata presa in carico dall’ufficio galleggiamento a giugno. Quindi il tutto dovrebbe ripartire da giugno. E nemmeno importa che a novembre sia stata chiamata per un appuntamento – oggi per dopodomani. D’altro canto bastava scegliessi tra lo stato delle mie ossa, per controllare che la chemio di questi anni non se le ciucci via, e i reni danneggiati di mia madre.

Ossa, reni. Reni, ossa. Pochi secondi per decidere…

Ricordo esattamente cosa dissi. «Rinuncio, a malincuore. Devo pensare ai reni di mia madre, non posso fare altrimenti».

Ricordo esattamente la risposta dell’operatrice. «Siete tutte prese uguali, ma io non posso che mettervi in galleggiamento, mi dispiace. Sarà richiamata».

«Quando?»

«Non saprei».

Oggi, facendola sempre breve, la voce contrita dell’operatore mi inforna di essere stata anche fortunata – vista la comprovata necessità del mio altro appuntamento – perché le linee guida indicherebbero la cancellazione della richiesta, che risulta tutt’ora in carico, seppure in galleggiamento.

«Ok», rispondo. «Quindi entro massimo giugno 2022 sarò chiamata».

Enno! Non funziona così, care le mie linee guida emesse da chi si prende cura dell’utente-paziente, oramai ahimé solo tanto paziente. Il galleggiamento – cioè presa in carico ma senza appuntamento, che due-tre tumorini, al giorno d’oggi, pfui, fanno un baffo a tutti, che tanto sì-vax o no-vax siamo tutti – tutti – sommersi dalla melma (avrei scritto un sinonimo ma cerco di esprimermi a modo, anche qui, a casa mia)… ma dicevo, il galleggiamento riparte da novembre 2021.

Sarò richiamata, massimo a novembre 2022, solo che avrei dovuto eseguirlo nel 2020, ma lo sappiamo, comandava il Covid.

E spero non avvenga come per l’ecografia di follow-up, appuntamento per il 20 agosto 2021, mai comunicato – suvvia, sarà stata una dimenticanza dell’operatore. «Succede», mi si dice.

Ecco, cari tutti, ma anche caro operatore dalla voce contrita che seppure non ti vedessi ti ho percepito dispiaciuto, e cara ULSS hackerata, che capisco sai, eccome, il disagio del momento, vorrei dirvi che in questo giorno melmoso mi sono sentita, NO, mi avete trattata come si sarebbe meritato quel signore che ha gracchiato per ore. Per niente. La differenza sta nella necessità.

Qual è la priorità, salvaguardare lo stato di salute o cos’altro? Che poi sai come andrà a finire? Al follow-up, come già successo, mi si riprenderà per essere un po’ in ritardo con questo esame – come non mi importasse del mio stato di salute – e che avrei dovuto farlo prima.

E a me non resterà che guardare fissa negli occhi la persona dall’altra parte, scuotere la testa, allargare le braccia e dire che il Covid è duro per tutti.

Ma lo sappiamo poi, quanto è dura davvero? E lo sapete voi che scrivete le linee guida nei vostri uffici asettici, e parlate a noi di Umanità?

Ognuno faccia il proprio, per favore, che anche chi ha pazienza da vendere oramai manco sa più dove pescarla.

Chi deve vaccinarsi, lo faccia!

Chi deve curare, curi!

Parliamo tutti meno, oh cavolo, ho esagerato anch’io con la lunghezza di questo scritto anche se l’ho fatta corta perché ne avrei di cose da dire, ma tante… comunque, parliamo meno, tiriamoci su le maniche, testa bassa e lavoriamo come solo un popolo ferito sa fare. Le chiacchiere, rimandiamole a dopo, a pandemia superata. Grazie!

2 pensieri riguardo “Dica 33

  1. “…parliamo meno, tiriamoci su le maniche, testa bassa e lavoriamo come solo un popolo ferito sa fare…” tante volte il popolo italiano si è dimostrato in grado di farlo ma saremo ancora in grado? sta uscendo il peggio della nostra civiltà.

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  2. Sta uscendo il peggio, lo tocchiamo con mano ogni giorno. a volte diventa insopportabile e opprimente. Credo le ferite siano ormai troppe e difficili da ricucire. Ma come abbiamo già toccato con mano, a nostre spese cara Silvia-Maria, si deve prima arrivare in fondo. Ci siamo, non oso immaginare il contrario. Mi piace pensare – o illudermi – che ci siano anche virus buoni come gentilezza e comprensione. Empatia. Condividendola forse, forse, chissà mai che altri possano impossessarsene. 😘

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