Prossima tappa Amsterdam

Sto al disegno come la pasta cucinata in acqua fredda, come gli spaghetti alle vongole e sabbia, o il tiramisù senza mascarpone. A scuola, l’ora di disegno era quanto di peggio mi potesse capitare. Hai voglia a studiare prospettive e tecniche, se si è negati c’è poco da fare. L’insegnante lo aveva capito: dal cinque al sei erano i miei voti.

Qualche anno fa ho trascorso mattinate intere a scegliere i colori, a stendere l’acqua in modo uniforme, a intingere e sfumare, respirando in sintonia del pennello che scivola sul cartoncino. Inutile tentare di non pensare; per scacciare i pensieri che mi schizzavano in testa peggio delle palline magiche, ho dovuto riempirla di cose. Tante, inusuali cose. Tra queste, dipingere.

Certe sfumature te le scordi se hai ricevuto una diagnosi infausta. Se poi alla prima se ne aggiunge una seconda, nemmeno sai più da che tubetto attingere. C’è poco da fare o da sentirsi eroi, guerrieri, e cavolate varie, c’è la vita in ballo, i sentimenti, le emozioni che ti sballano e che a fatica riesci a gestire. E vivi sospesa, in attesa che succeda che… ‒ Respiri, avanti, respiri. ‒ Ma ci si può bloccare al punto di entrare in apnea?!

Questi colori sono non pensare che sei appesa a un filo, che il trespolo delle sacche della chemio sarà il tuo compagno fedele, concentrarsi su un cartoncino e non su quello che ti sta capitando. Sono non pensare. A quello che sarà.

Questi dipinti dai tratti fanciulleschi sono la testimonianza di un percorso, scacciare pensieri tristi, rilassarsi, ritrovare l’armonia. Sono stare con il maestro di Arte-Terapia, e con se stessi.

Crosta

‒ Cosa rappresentano queste strisce di colore?

‒ Non saprei. Il rosso è il mio sangue.

‒ Puoi provare a trasformarle, potremmo togliere tutto quel sangue.

Queste sono le prime pennellate eseguite nella sala d’attesa di un reparto oncologico: la chemio fluiva, sentivo… non so cosa sentissi, Percepivo freddo. Era luglio.

Le croste restavano ad asciugare nella stanza degli stagisti, le avrei ritrovate all’infusione successiva. Mi sorprendeva constatare quale colore sarebbe affiorato. Cambiavano, sembravano vivere, quasi potessero muoversi al minimo refolo di vento. Le margherite si chiudevano alle prime ombre della sera, i girasoli giravano verso il sole, i tulipani mi ricordavano un viaggio che avevamo in programma. Mi immaginavo ad Amsterdam, i mulini a vento, il cestino della bici ricolmo di tulipani.

Adesso che non ho solo pensieri monotematici, che so che dalle macchie possono sbocciare rose, che desidero liberarmi delle cose inutili, che le futilità mi sono venute a noia, che tornare alla vita di prima è impensabile -tanto quanto liberarsi della sabbia in pieno deserto del Sahara- fanno bella mostra appesi alla parete di casa. Occhieggiano.

Quando la tristezza mi pervade, posso provare a intingervi i miei pensieri.

Più guardo le mie croste, più mi dico che posso essere contenta, perché se fossi corsa appresso a quelle palline di gomma che mi rimbalzavano in testa, se mi fossi concentrata solo su quelle due-parole-due, diagnosi infausta, di certo adesso, non sarei qui a scriverne.


Dipingere per scacciare il pensiero ossessivo della malattia, portare colore in luoghi e momenti dove tutto sembra avvolto nel nero. Perché quando si entra nella realtà Oncologica, è come avere una pallina con scritto tumore che ti rimbalza dentro la testa.

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