L’evoluzione delle Cose

Sere fa in collegamento Zoom con Jessie, un’amica di penna, si conversava su quanto scrittura  e parlato non combacino, dello scrivere che è tipico di quella persona perché sua ne è l’impronta. Del proprio essere che, inevitabile, va a imprimersi sulla carta.

Mentre parlava del suo lavoro di Ghostwriter, la vedevo rapita da quanto mi stava raccontando. Gli occhi le andavano ovunque, mi guardava ma non vedeva di certo me. Non era più nella stanza al di là dello schermo PC, ma in quel luogo dove nascono le idee che diventano storie, che evolvono con i personaggi che via via prendono vita. E che quando termini di raccontare quasi non sai se esistano davvero o se svaniscano con la fine del libro, al chiudersi della quarta di copertina.

Poi il mio pensiero è andato a chi legge, a come percepisce quanto scritto. Lo farà con la stessa intensità e modalità dell’autore, o trasporrà le sensazioni all’interno del proprio vissuto? E le sensazioni, a cos’altro sfoceranno? Se all’Autore un racconto sul proprio padre farà rivivere il tepore della mano che stringe l’altra mano, al lettore cosa lascerà? Sarà piacevole leggerne o farà riemergere momenti mai vissuti con il proprio caro?

Poi il mio pensiero è andato a chi legge, a come percepisce quanto scritto. Lo farà con la stessa intensità e modalità dell’autore, o trasporrà le sensazioni all’interno del proprio vissuto?

Certo che a pensarci è un gran scompiglio. Un grande, meraviglioso scompiglio. Ma un po’, un po’ tanto, mi ritrovo a provare gelosia per chi lo fa per professione. Me li immagino gli scrittori, quelli veri che le parole manco le devono ricercare, che conoscono sinonimi e contrari a menadito, che tra greco, latino, diplomi e lauree, Freud, Dante e Pascoli gli fanno un baffo.

Poi però ragionandoci, ho concluso che chi scrive per pura passione, ha il vantaggio di vivere questa Cosa nella sua purezza e gioire per ogni piccola grande conquista. Sofferta, ricercata, azzardata, magari annaspando. E sbagliando. Vivendo.

Conquista. Perché ci ha messo del suo. Perché non ha aspettato che gli scendesse dal cielo, che la manna è cosa di pochi, anzi, di uno solo.

A pensare al tempo investito per scrivere racconti che chissà poi se qualcuno li leggerà mai, non so se si percepiscano le notti insonni, la mente che corre sulla frase che non scorre, il ritornarci giorno dopo giorno tanto che la nausea te li farà schifare. E le tazze di the fumanti poggiate sulla destra del PC, si riesce a odorarne gli aromi? Mela verde, zenzero e limone, un rituale utile quanto i popcorn che ti infili in bocca nei cinema store.

Quanti programmi TV in sottofondo ad affievolire rumori che si attutiscono via via che la notte si fa fonda! Film, intrattenimento, Real time, caroselli, uno vale l’altro.

Il volume quello sì che è basilare. Basso ma non troppo, che il brusio di sottofondo non aiuta che ad assopirsi di botto.

E il dolore alle falangi intermedie che non capisci perché mai, e perché proprio a te?! Ma ripensando alle battute, a quante volte i polpastrelli hanno pigiato sulla tastiera, alle pagine che hai scritto, riscritto e corretto negli ultimi due giorni, allora sì che ne comprendi il perché!

E alla fine capisci che quella cosa, seppure non perfetta, è opera tua, ed è la parte migliore di te.

Ma, un’altra cosa ancora non mi è per niente chiara.

Non capisco come accada che per stare bene, per andare in spazi sereni, per percepirsi liberi, basti mettersi seduti. E provare a scrivere.

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