Cercare di esserci

di Silvia Schiavo

16 febbraio 2021: siamo in zona arancione, da regione a regione ci si può spostare solo per motivi di salute, ecc., pertanto mi metto in macchina le certificazioni delle mie due dosi di Pfizer e una copia della lettera di dimissioni dello zio, perché la motivazione valida c’è, eccome.

immagine di Silvia Schiavo

Dal podere in cui abito, nella campagna senese, alla casa degli zii nella periferia di Bologna, il navigatore mi dice che ci vogliono circa due ore e quindici minuti.

Parto presto per arrivare presto, dovrò strigare più cose possibili e ripartire dopo pranzo, per non dover viaggiare col buio o, forse peggio, con la nebbia dell’appennino.

immagine di Silvia Schiavo

So bene, perché il mio lavoro di assistente sociale mi fa affrontare tante situazioni simili, le difficoltà in cui ci si può trovare di fronte alla malattia, soprattutto se anziani, senza punti di riferimento nelle vicinanze: oltre al dolore della diagnosi, la mente viene offuscata dalla burocrazia, le numerose pratiche da istruire per poter non rimanere soli del tutto, ottenere perlomeno gli aiuti dovuti dal servizio pubblico.

Quando arrivo, alle nove del mattino e senza aver riscontrato eccessivo traffico, la zia sta già combattendo con i primi fogli: i vari farmaci da far assumere al marito. Le riassumo così il tutto in una tabella giornaliera, scritta in stampatello grande, con gli orari e le quantità. Due tabelle, una per la cucina, una per la camera.

Mi viene in mente poi di riassumere in uno schema i numeri utili:

l’assistente sociale, la segreteria dell’ANT, l’agenzia di lavoro per l’assistenza domiciliare, l’associazione di volontariato per i trasporti (perché la zia spesso aveva accompagnato lo zio alle visite in taxi, o con l’ambulanza a pagamento – 130 euro andata e ritorno –  perché non è da dare per scontato che uno sappia di certe risorse), il numero di Oncologia.

Rileggo insieme a loro la lettera di dimissioni: domani lo zio dovrà fare un prelievo a domicilio, finalizzato a capire se potrà iniziare la chemio il giorno successivo. La zia dice che il medico curante le ha detto di andare all’ambulatorio a prendere la richiesta e poi passare dal CUP per prenotare il prelievo. Mi chiedo come, secondo il dottore, una donna ottantenne in tempi di Covid debba girare per uffici, lasciando solo il marito in gravi condizioni di salute, per fare un qualcosa che in genere, almeno nella mia zona, i medici risolvono mandando loro stessi una comunicazione agli infermieri via mail. Chiamo il medico, espongo le mie osservazioni e gli faccio capire che parlo con cognizione di causa: tentenna, ma dopo cinque minuti mi richiama e ha già sistemato tutto lui. Non so se essere contenta di aver risolto la cosa o arrabbiata pensando che, se non ci fossi stata io, la zia avrebbe preso per buono il percorso suggerito e si sarebbe rassegnata a dover eseguire quanto richiestole, con tutte le difficoltà del caso.

La seconda telefonata è stata fatta all’ANT, perché finché non c’è una loro relazione, l’ambulanza per lo zio, che dovrà iniziare la chemio a breve, sarà a pagamento: lì per lì mi è stato detto che non era chiaro quando un medico sarebbe potuto venire ad aprire la pratica, ma spiegando che i due anziani (malato e caregiver) sono soli, e che io, nipote che abita a oltre 200 km di distanza, rientrerò nel primo pomeriggio a casa e potrò supportarli in presenza solo per poche ore, hanno fatto sì che una loro dottoressa giungesse a domicilio pochi minuti dopo, aprendo la cartella. Lì è iniziato a favore dei miei zii un percorso bellissimo, con una dottoressa disponibile, umana ed empatica, che ha inquadrato fin da subito la situazione, lo stato emotivo di mia zia e, soprattutto, ciò che si doveva fare a loro favore.

In questi mesi, a distanza, ho mediato per gli zii i rapporti con il pubblico, con il privato, con il volontariato, cercando di fare per loro quanto di più possibile, riflettendo su quanto mi sarebbe risultato frustrante non riuscire ad aiutarli, come invece faccio quotidianamente, in ragione della mia professione, con persone che non mi sono niente. La difficoltà di non conoscere normativa e procedure di una regione diversa dalla propria, non essere in grado di alleviare il tormento, la sofferenza, non solo di chi la malattia l’ha subita sulla propria pelle, ma di chi l’ha vissuta standovi affianco quotidianamente.

Poi siamo giunti al messaggio di mia cugina di quattro giorni fa:

29 giugno 2021 lo zio ha smesso di soffrire.

Ieri, 2 luglio 2021, sono andata al Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna, per l’ultimo saluto, non sono nuova ai funerali, hanno toccato la mia famiglia più volte.

Le reazioni variegate della zia sono quelle che tutti almeno una volta abbiamo provato: il pianto, il silenzio, gli occhi gonfi dietro gli occhiali da sole, il sollievo, il sorriso nel rammentare ricordi piacevoli di una vita trascorsa insieme, di nuovo il dolore pensando al vuoto che verrà, il farsi forza dicendosi di aver fatto tutto il possibile. Questa esperienza mi ha fatto tanto riflettere su quanto lo Stato e la sanità pubblica dovrebbero lavorare, per non lasciare sole le persone SOLE in questi frangenti complessi, su come la burocrazia dovrebbe limitarsi, snellirsi, non aggiungersi al dolore.

Ieri, vicino alla camera mortuaria del cimitero, tra i vari monumenti, la tomba di Giosuè Carducci, il poeta di “Pianto antico” e dei cipressi cantati in “Davanti a San Guido”, poco più in là, quasi come se non ci fosse altro modo per far riposare accanto due grandi artisti, la lapide di Lucio Dalla, con una frase tratta da “Cara”:

Buonanotte anima mia,

adesso spengo la luce e così sia.

immagini di Silvia Schiavo

Silvia Schiavo

Vivo nella campagna senese, sono sposata con due bambini. Da oltre vent’anni lavoro nel sociale.

Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno, credo nelle gioie semplici e spero nella vita non di essere qualcuno, ma di fare qualcosa.

Da qualche anno mi sono ricavata del tempo per due grandi passioni: leggere e scrivere. Con racconti brevi, poi pubblicati in antologie, ho vinto alcuni concorsi. 

Nel 2018 grazie a Edizioni Effigi è uscito il mio primo romanzo, “I cieli visti dal tempio”. Da qualche mese collaboro con il sito “Scrivere per stare bene“. Mi occuperò di presentare persone che tramite la scrittura hanno guarito l’anima. Sto riflettendo su come lo scrivere possa aiutare la socializzazione e connoti il potere di creare legami.

2 pensieri riguardo “Cercare di esserci

  1. fishcazagmailcom 21 luglio 2021 — 7:25

    Capita di doversi confrontare con le istituzioni per necessità e qui si incontrano persone/ impiegati/professionisti/altro, alcuni dei quali hanno mantenuto e manterranno nel tempo la percezione viva del loro impiego come un grande bene sociale; altri che semplicemente lavorano e lavoreranno con il solo scopo di lavorare (stipendio, carriera, status, ecc).
    E nel cuore la differenza la si percepisce indipendentemente dall’educazione nelle relazioni o dall’impegno lavorativo dimostrato.

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    1. Mai come adesso, in tutto quello che facciamo, qualsiasi sia il nostro ruolo, ci vuole cuore.

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