Migrare di farfalle 

Quando mi sono ritrovata sommersa dalla malattia, percepivo che nessuno sarebbe stato in grado di comprendere la complessità dei miei pensieri. Nessuno. Tranne forse un altro ammalato oncologico.

Avrei impiegato un po’ per accettarlo, rapportarmi con chi soffriva della mia stessa patologia sarebbe valso ammettere di soffrirne anch’io.

Il mio primo approccio è stato con Cinzia. Lei teneva degli spazi di Origami in reparto. Parlare, provare a realizzare delle figure, accantonare il pensiero costante della malattia, equivaleva a tregua.

Con Marina ci incrociavamo in centro a Cittadella. Mi attirava la sua schiettezza, diretta, senza tanti giri di parole.

Con Marina ci incrociavamo in centro a Cittadella. Mi attirava la sua schiettezza, diretta, senza tanti giri di parole.

Poi con un’altra Cinzia, si era amiche di penna per un progetto di scrittura che avrebbe coinvolto una decina di persone. Qualcuna ha approfondito, altre non scriveranno più.

E Gina. Chiusa a riccio, un po’ lo ero anch’io, ma questo non ha impedito divenissimo buone compagne di banco. Non riusciva a concentrarsi, invece di scrivere raccontava. Noi abbiamo camminato insieme, a piccoli passi.

Anna, che ha vissuto l’esperienza di malattia della propria mamma. Aspettava un figlio, non sarebbe più stata figlia, se non per il suo adorato papà.

Paolo, lui che la malattia l’ha vissuta da familiare. Ci sentiamo ogni tanto. Siamo affezionati l’uno all’altra. Ha condotto un paio di corsi di scrittura per pazienti e familiari in ambito oncologico. È anche grazie a lui se mi sono riavvicinata alla scrittura. È stato il mio Tutor. E un  buon amico.

Silvana. Lei lavorava in ospedale a Cittadella. Credo di essere stata il suo contatto.

A una presentazione in reparto, se ne stava seduta in un angolo, semi-apatica, a tratti mi sfidava con lo sguardo. Temevo mi avrebbe messo alla prova.

Con il dito indice mi ha fatto cenno di avvicinarmi. Ho avuto paura, non di lei, ma di quello che mi avrebbe detto.

«Sono contenta per te che riesci a vedere il lato positivo, ma non raccontarmela. Non so come stai tu, ma conosco perfettamente la mia malattia. Ci lavoravo in questo ospedale. Ora non più, non ci riesco. So che morirò, non subito, ma morirò».

«Ti hanno già detto quando?»

«No» ha risposto, «ma succederà».

«Non prevedo quello che mi capiterà domani, o da qui a un anno. Ma non voglio morire prima che questo accada. Ho già concesso troppo alla malattia, non ne concederò altro. Voglio riprendermelo tutto, è mio». Silvana ha taciuto, per qualche istante. Eterno.

Poi ci si è messo il compagno a rincarare la dose, ma manco lo sentivo. Guardavo lei, solo lei. Non sarei stata in grado di fare altro. Erano argomenti che mi toccavano ancora troppo nell’intimo. Dovevo saper difendere, non me stessa, ma la mia serenità. Abbiamo chiacchierato ancora un po’, poi sono andata oltre.

Vederla lasciare quell’angolo, chiedere informazioni per un evento di due giorni per malati oncologici e i loro familiari, sentirla dire «ci vediamo là, ne parlerò anche a una mia amica» ha fatto scorrere di nuovo il sangue nelle mie vene. La mia felicità era nell’essere riuscita a dare qualcosa anch’io.

Essere d’aiuto con quello che si ha, con il proprio vissuto, assume un aspetto singolare. Una sorta di scia positiva da seguirne il flusso. Ma per tutti poi. Non dovrebbe occorrere una malattia per supportarci a vicenda. Ci saremmo incrociate e scritte per un paio d’anni.

Quando si riceve la diagnosi di una malattia cancerogena, non è facile ritrovare la stabilità. Ma arrivare al giusto equilibrio, essere presenti a se stessi, non è già di per sé una vittoria sulla malattia?

E forse, Silvana ha vinto due volte…

Allora anche Silvana, come quanti hanno saputo rialzarsi e affrontare il tempo rimasto, con dignità, ha vinto.

E forse, lei ha vinto due volte: il suo compagno a un certo punto non si è visto più. 

Ma non sono le cose più fragili a rendere migliore la nostra vita? Come i tulipani, e le rose, tra i miei fiori preferiti. E le farfalle, che a toccarne le ali muoiono, o non volano più?

A quanti donano, con semplicità

Ricordati di dimenticare

Cittadella | Sala Consiliare di Villa Rina

… per il piacere di esserci. Per gli altri.

… tu sei stata per me il mio primo aggancio…

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